I racconti dall’Africa- Terza puntata

27 dicembre 2011 alle 11:30 | Pubblicato su Uncategorized | Lascia un commento

Ouagadougou è la capitale del Burkina Faso, il terzo Paese più povero del mondo, e conta circa un milione e trecentomila abitanti. Al centro della città è situato l’aeroporto, l’unico filo diretto con l’Europa. I due grandi laghi artificiali che fungono da riserve idriche si gonfiano durante la stagione delle piogge, da maggio a settembre, ma vengono rapidamente declassati a stagni nei lunghi mesi di siccità. La tipologia di case presenti in città comprende l’intera gamma possibile: dalle grandi ville con piscina ai piccoli cubi in mattoni intonacati di fango. Si trovano hotel e ristoranti che non hanno niente da invidiare a quelli europei, e altri in cui un bianco non metterebbe mai piede nemmeno dopo una settimana di digiuno. La prospettiva di vita si aggira intorno ai 45-50 anni. Anni in cui un Burkinabè cerca di sbarcare il lunario vendendo ogni sorta possibile ed immaginabile di cose. I centri commerciali asettici e illuminati come una sala operatoria non ci sono. In compenso ci sono una quantità infinita di negozi, se così vogliamo chiamarli, che meritano una buona parte di questa terza puntata. Inizio con la boulangerie (il forno), che la prima volta ha catturato la mia attenzione con un forte profumo di pane appena sfornato. Entro immaginandomi una vetrina piena di prelibatezze e mi trovo davanti ad una montagna di baguette calde e altrettante minuziosamente disposte su tre grandi teglie pronte per la cottura. Così mi rendo conto che la domanda del commesso passa da “cosa le serve?” dei forni italiani, a “quante ne vuole?”: la baguette è regina senza rivali dei forni africani.

Passiamo al fotografo, devo fare le fototessere per rinnovare il visto. Il negozio è un grande stanzone con un bancone di legno sulla sinistra e un fatiscente sfondo caraibico disegnato sulla destra. Mi avvicino al commesso sperando che i delfini che saltano fuori dal mare dipinto non siano lo sfondo per le mie foto. Chiedo cortesemente cosa desidero e lui subito mi posiziona su un panchetto di legno in mezzo al negozio. Grida qualcosa e dal retrobottega spunta un ragazzo con un lenzuolo bianco che apre alle mie spalle. Sorrido verso il primo commesso che nel frattempo ha tirato fuori una vecchia macchina fotografica e mi guarda attraverso l’obbiettivo. 1, 2, 3, 4 scatti, finito. Ma le foto saranno pronte domani nel pomeriggio, bisogna finire il rullino e procedere con la stampa. Mi chiedo se varrebbe la pena di iniziare un commercio di macchinette per le fototessere express pronte in 1 minuto, probabilmente no, in Africa il contatto umano vince sulla fredda efficienza delle macchine.

Per i regali da portare agli amici non c’è niente di meglio del laboratorio artigianale, una serie di piccole casette in lamiera più o meno allineate, dove si producono svariati oggetti davvero molto carini: dalle collane di perline agli astucci multicolor, dagli apribottiglie in bronzo agli animaletti in legno. Tres jolie, ma che fatica! Non si possono posare gli occhi su qualcosa che subito l’artigiano cerca di venderti tutta la sua bancarella. Se poco poco ti vede indeciso è la fine, ti insegue continuando a offriti il suo prodotto ad un prezzo sempre più basso finchè tu non glielo compri, più per disperazione che per scelta. E proprio quando pensi di essere finalmente libero arrivano in massa tutti gli altri artigiani che hanno sentito l’odore del guadagno. Non ti resta che sgomitare fino alla macchina e ripartire a gran velocità. Quaggiù vale l’equazione bianco = ricco, vagli a spiegare che in Italia c’è la crisi e che a stento arriviamo a fine mese!

Altra grande esperienza è il mercato centrale. Nel 2003 è stato interamente distrutto da un incendio, dopo quattro anni di lavori è stato ricostruito ed è tornato il gigantesco calderone di suoni odori e colori che se ci cadi dentro non ci esci più. Stoffe colorate, carne sanguinante, balsamo per capelli, abiti preconfezionati, souvenir di ogni sorta, scarpe, caramelle, borse, fagiolini, e se cerchi qualcosa che non c’è basta chiedere, si materializza davanti a te in pochi istanti. Ricordo quando, ancora ragazzina, ci sono passata per la prima volta insieme alla mia famiglia, un venditore ha offerto tutta la sua mercanzia a mio padre chiedendo la mia mano, un altro dieci cammelli per avere in sposa mia sorella: la speranza di una vita migliore passa anche attraverso il matrimonio con una bianca, l’amore è un optional troppo spesso fuori serie in questo Paese.

Ultimi ma non per importanza numerica sono i piccoli negozi a lato delle strade. Chi può permetterselo ha una piccola casupola di legno o lamiera dove si trova ammassata tutta la mercanzia e che ha la funzione di magazzino, tutto lo spazio antistante rappresenta la vetrina e il luogo di contrattazione del prezzo. Per i meno fortunati basta una stuoia e il negozio è pronto. Tante donne preparano i mucchietti di pompelmi o di pomodori che rappresentano l’unità acquistabile, un chilo di gustosi pomodori costa circa 20 centesimi di euro. Se invece si preferisce un pasto caldo sono a disposizione piatti di riso con pesce o pollo, spiedini di carne mista, e per un dessert energetico basta aspettare cinque minuti e le gallettes sono cotte: frittelle a base di miglio o banane cotte su una specie di grande padella con piccole conchette piene d’olio di palma. Il tutto rigorosamente a bordo strada.

Non ho nominato i venditori ai semafori pronti a scattare con il rosso verso le auto in sosta con fazzoletti, gomme da masticare, ricariche telefoniche. Ma direi che in questo caso la parola negozio si fonde col venditore stesso.

Insomma il commercio è la base su cui si poggia il Paese dove vive il vostro bimbo. Non importa il modo né l’oggetto, l’importante è vendere al miglior prezzo possibile, e cercare di vincere la quotidiana lotta contro la povertà.

Buone Feste e alla prossima puntata!

A cura di Francesca Evangelisti

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